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COGNOME MATERNO AI FIGLI:SI’ DELLA CORTE COSTITUZIONALE

La Corte costituzionale in data 8 novembre 2016 con sentenza n. 286 (www.cortecostituzionale.it) ha dato accoglimento al ricorso presentato dalla Corte di appello di Genova, dichiarando l’illegittimità costituzionale di una norma “implicita” del nostro ordinamento giuridico e dando una svolta decisiva a una questione estremamente dibattuta,  quella della possibilità da parte dei genitori di attribuzione del cognome materno al figlio.

Il ricorso è originato da una coppia, padre italiano e madre brasiliana, che si erano opposti al rifiuto dell’ufficiale giudiziario di attribuire il cognome materno al figlio nato nel 2012, il quale possiede, tra l’altro, doppia cittadinanza italo-brasiliana. Si tratta di una questione molto sentita nei paesi dell’America Latina, dove spesso i figli prendono il cognome sia del padre che della madre. I cittadini brasiliani e argentini, anche residenti da molto tempo in Italia, faticano a comprendere la ragione di una norma che imponga l’attribuzione del solo cognome paterno.

Al di là dell’aspetto culturale, è da rilevare che la norma non ha un espresso fondamento giuridico: non è infatti prevista in modo specifico da alcuna disposizione di legge, ma è desumibile da alcuni articoli del Codice civile, da un Regio decreto del 1939 e da un decreto del presidente della Repubblica del 2000, che in pratica dispongono l’attribuzione automatica del cognome paterno ai figli legittimi nati dal matrimonio anche se i genitori sono concordi ad attribuire al minore entrambi i cognomi.

Esiste anche un disegno di legge che dovrebbe sancire la possibilità per i figli ad avere entrambi i cognomi, approvata alla Camera nel 2014, il quale però langue da due anni nei cassetti del Senato. L’unico modo, finora, per ottenere il doppio cognome è quello di fare richiesta al Prefetto, come si fa, ad esempio, quando il proprio cognome è ridicolo o offensivo. Ma la concessione è, appunto, a discrezione della prefettura.

La decisione, di cui si sta ancora aspettando il deposito  delle motivazioni, rappresenta un importante passo avanti nel riconoscimento di un diritto fondamentale tutelato anche in sede europea e finora inspiegabilmente ignorato dall’ordinamento italiano.